PLATACI

CASTROREGIO

APOCRIFI DEL NUOVO TESTAMENTO

Il termine «apocrifo» deriva dal greco apo-kryphos e significa, di per sé, «nascosto, segreto». Esso non ha quindi, almeno in origine, particolari connotazioni positive o negative. La situazione cambia nel momento in cui, nel cristianesimo primitivo, si cominciarono a definire i confini tra ortodossia («retta dottrina») ed eresia, da un parte, e i libri canonici e non canonici, dall’altra. Di conseguenza, per molto tempo, il termine «apocrifo» è stato recepito come il contrario di autentico, spesso come qualcosa di pericolo in quanto eretico. Oggi, la tendenza sembra essersi rovesciata e molti tendono ad enfatizzare i testi apocrifi ritenendo che essi contengano delle verità via censurate dal potere religioso. Insomma, l’apocrifo o è da rigettare in quanto “falso”o  da esaltare in quanto “vero” (un vero spacciato per falso).

Da un punto di vista storico, gli apocrifi altro non sono che delle fonti importanti (a volte fondamentali) per la conoscenza del cristianesimo primitivo. Come fa notare Enrico Norelli, «gli apocrifi diventano preziosi testimoni di “pezzi” di un mosaico, quello del cristianesimo antico, di cui un enorme numero di tessere continua e continuerà a mancarci, ma di cui, grazie alle parti che gli apocrifi ci consentono di ricostruire, intravediamo sempre meglio il disegno complessivo. […] Se si deve abbandonare l’apriori secondo cui i testi canonizzati sono fonti storicamente più affidabili degli altri (o sono le uniche fonti storicamente affidabili), non c'è alcun bisogno di crearne un altro inteso a dimostrare a ogni costo che gli apocrifi sono anteriori e più autentici. Si dovrà esaminare dettagliatamente, faticosamente, ogni testo per cercar di determinare, mediante l’applicazione della filologia e dei metodi storiografici, in che cosa esso può contribuire alle nostre conoscenze. Pare superfluo dire che si dovrebbe farlo sine ira et studio. Purtroppo, ciascuno sa quanto sia difficile realizzare un simile ideale là dove entra in gioco la religione.» (Cosa sono gli apocrifi?, in: «Parola & parole – Monografie 4», 2008, p. 9).


1. VANGELI NARRATVI

2. VANGELI DELL’INFANZIA

Vangelo di Pietro
Vangelo segreto di Marco
Vangelo Egerton
Vangelo di Oxyrinco 840
Vangelo degli Ebrei
Vangelo degli Ebioniti
Vangelo dei Nazorei
Vangelo di Nicodemo

Vangelo dell’infanzia di Giacomo
Vangelo dell’infanzia di Tommaso
Vangelo dell’infanzia dello Pseudo-Matteo
Nascita di Maria

3. ATTI

4. VANGELI DI DETTI

Atti di Andrea
Atti di Andrea e Mattia
Atti di Andrea e Paolo
Atti di Barnaba
Atti di Filippo
Atti di Giacomo il Grande
Atti di Giovanni
Atti di Paolo
Atti di Pietro
Atti di Pietro e Andrea
Atti di Pietro e Paolo
Atti di Pilato
Atti di Taddeo
Atti di Tommaso

Vangelo di Tommaso
Vangelo di Maria
Libro segreto di Giacomo
Libro segreto di Giovanni
Dialogo del Salvatore
Vangelo di Oxyrinco 1224
Lettera degli Apostoli

5. LETTERE

6. APOCALISSI

Lettera di Paolo ai Laodicesi
Terza lettera di Paolo ai Corinzi
Lettera di Paolo a Seneca
Didaché

Apocalisse di Pietro (Akhmîm)
Apocalisse di Pietro (Gnostica)
Apocalisse di Paolo (Visio Pauli)
Apocalisse di Paolo (Gnostica)

Lettere di Clemente ai Corinzi
Lettera di Barnaba
Lettere di Ignazio
Lettera di Policarpo
Lettere di Pilato e Erode
Lettere di Cristo e Abgaro
Lettera a Diogneto
Il Pastore di Erma
Il Vangelo della Verità
Vangelo di Filippo

Libro di Tommaso
Apocalisse di Tommaso
Apocalisse I, II di Giacomo
Domande di Bartolomeo

1. VANGELI NARRATIVI

Il termine vangelo altro non è che la traduzione italiana del greco eu-angélion, letteralmente

«buona notizia». La prima ricorrenza del termine nella letteratura cristiana risale a Paolo, per il quale l’eu-angélion non è un testo scritto, ma la buona notizia della salvezza tramite la fede in Gesù Cristo. Bisognerà aspettare la seconda metà del II sec., con Giustino Martire, perché il termine venga usato per indicare le scritture contenenti il racconto delle azioni e dei detti di Gesù di Nazareth.

I quattro vangeli canonici appartengono al genere narrativo: essi contengono la storia della vita di Gesù, del suo ministero, della sua crocifissione e risurrezione, storia che per diversi decenni è stata tramandata oralmente. I quattro vangeli non sono tuttavia esaustivi della tradizione. Altre narrazioni hanno preso piede.

Vangelo di Pietro o Il Vangelo perduto secondo Pietro (datazione: 70-150). Il solo frammen- to esistente del Vangelo di Pietro si trova in un codice scoperto nella grotta di un monaco a A- khmîm, in Egitto, nel 1884, attraverso il quale si è ritenuto che il Papiro di Oxyrhynchus 2949 possa contenerne una versione più antica. Il codice contiene una narrazione frammentaria della passione e della resurrezione, con paralleli in tutti e quattro i vangeli canonici, ma con in più il tema di Cristo che predica ai morti presente nella Prima lettera di Pietro (3,18ss.); pur mante- nendo una struttura essenzialmente canonica, presenta significative differenze in piccoli dettagli che probabilmente sono il frutto di una tradizione orale indipendente.

Il Vangelo di Pietro fu usato dalla chiesa di Rhossus (vicino ad Antiochia) e spesso citato da au- tori cristiani nella seconda metà del II sec. In un primo tempo, gli studiosi moderni hanno ritenu- to che dipendesse dai vangeli canonici, ma in tempi più recenti si è presa in considerazione la possibilità che il racconto della passione sia in realtà il più antico fra i resoconti conosciuti. Il Vangelo di Pietro non contiene tracce di quel materiale “specifico” di Matteo e Luca che ci si a- spetterebbe se questi vangeli fossero precedenti. In realtà, la fonte di Pietro per il racconto della passione può essere stata la stessa di quella usata sia da Marco sia da Giovanni. Il Vangelo di Pietro fu bollato come eretico, se non altro, per il fatto che sembra negare la sofferenza di Ge- sù. In 4,1 si legge: «Condussero due malfattori e crocifissero il Signore in mezzo a loro. Ma lui taceva quasi che non sentisse alcun dolore». D’altra parte, ciò si accorda con la figura del servo sofferente di Isaia 53,7 e quindi non si tratta di una affermazione di stampo docetista. In questo e in molti altri ambiti, il Vangelo di Pietro si basa su citazioni della profezia messianica ebraica, più di quanto non faccia Matteo, mentre la tendenza negli ultimi vangeli (soprattutto Giovanni) è di ignorare le attese messianiche. Ciò rafforza ulteriormente la datazione precoce del testo.

(per approfondire, cfr.  http://www.textexcavation.com/gospelpeter.html)

Il Vangelo segreto di Marco (datazione: 70-100). Alcuni frammenti del Vangelo Segreto di Marco sono citati in una lettera di Clemente di Alessandria (200 d.C.) a un suo discepolo di no- me Teodoro. Clemente parla di due diverse versioni del Vangelo scritto da Marco: il nostro testo canonico e un più ampio Marco “segreto” contenente informazioni supplementari da leggere solo in una ristretta cerchia di iniziati. Sembra che un gruppo di cristiani ribelli guidati da Carpocra- te abbia ulteriormente ampliato il Marco segreto per adattarlo alle proprie dottrine eretiche. I passi citati parlano di un «mistero del regno di Dio» che nel contesto sembra riferirsi al battesi- mo. L’idea che Gesù praticasse battesimi è assente nei vangeli sinottici, sebbene sia implicitamente affermata dal vangelo di Giovanni. Pare che le modalità e l’intento del rituale battesimale di Gesù fossero considerati dagli apostoli come informazioni privilegiate e fosse perciò un tema accuratamente evitato dai primi redattori dei vangeli. Ciò conferisce alle parole di Gesù in

Marco 4,11 (e diversi altri passi) un nuovo e più chiaro significato, e cioè che i suoi seguaci dovessero essere battezzati per guadagnare l’ingresso nel Regno. Sebbene Clemente affermi il contrario, è probabile che il Marco segreto fosse precedente e che i passi esoterici siano stati rimossi dal Marco canonico, lasciando alcune strane incongruenze nel testo marciano. Per esempio,

Marco 10,46 dice: «Poi giunsero a Gerico. E come Gesù usciva da Gerico…». Non solo la tappa a Gerico è del tutto inutile dal punto di vista narrativo, ma il soggetto cambia dal plurale al singolare. Secondo Clemente, il Marco segreto contiene un passaggio tra queste due frasi. La più lunga pericope del Marco segreto è il parallelo della giovannea resurrezione di Lazzaro, non presente nei sinottici, e sembra essere la continuazione della lezione presente in Marco 10,17-22, quan- do un giovane ricco, pur amato da Gesù, non compie il sacrificio necessario per seguirlo. Nel passo segreto un altro giovane ricco ricambia questo amore e ottiene la ricompensa, inclusa la resurrezione simbolica. Ma la prova più decisiva della priorità del Marco segreto è la menzione della veste battesimale richiesta, una semplice tunica di lino. Finora, la presenza di un giovane uomo  vestito  succintamente in  Marco  14,51-52 è  sempre  stata  un  bizzarro  mistero.  Con l’informazione raccolta nel Marco segreto, è ovvio che il giovane è stato battezzato e che chiunque abbia pubblicato il vangelo segreto per creare il nostro Marco canonico ha sbagliato nel to- glierlo completamente dal testo.

(per approfondire cfr.  http://www-user.uni-bremen.de/~wie/Secret/secmark_home.html)

Vangelo Egerton o Il Vangelo sconosciuto (datazione: 70-100). I frammenti papiracei cono- sciuti come Papiro Egerton 2 (dal nome dell’inglese che ne finanziò l’acquisto) sono stati datati alla prima metà del II sec. d.C. e collocati tra i più antichi documenti cristiani superstiti; si tratta molto probabilmente dei più antichi manoscritti tratti da un vangelo non canonico. Le parti leggi- bili sono poche e rendono impossibile determinarne la paternità e la provenienza, anche se consentono una affascinante immersione nello sviluppo della prima tradizione evangelica. Più o meno quattro capitoli sono stato restaurati quel tanto che basta per comprendere i dettagli della narrazione. Nel primo Gesù sta istruendo i «capi del popolo» a studiare la scritture ebraiche e a capire che Mosè non avrebbe approvato la loro distruzione. Il capitolo termina con il fallito tenta- tivo di lapidare Gesù. Si possono cogliere dei paralleli con Giovanni 5,39-47, 7,30-32 e 9,29, anche se la natura originaria dei racconti del papiro Egerton rende poco probabile una dipen- denza diretta da Giovanni. La seconda e la terza storia hanno paralleli nei sinottici: la guarigione del lebbroso (Mc 1,40-45 e paralleli) e il pagamento dei tributi (Mc 12,13-17 e paralleli). La quarta storia non ha paralleli conosciuti, canonici o apocrifi che siano, e racconta di Gesù che fa crescere miracolosamente dei frutti sulle sponde del Giordano. Il rapporto tra il Papiro Egerton e i vangeli sinottici è poco convincente, ma il vangelo di Giovanni, se non dipende direttamente da Egerton, perlomeno utilizza alcune delle medesime tradizioni. Il papiro Egerton sembra rappre- sentare un periodo nello sviluppo della tradizione giovannea anteriore alla sua definitiva separazione dalla comunità giudaica.

(per approfondire cfr. http://www-user.uni-bremen.de/~wie/Egerton/Egerton_home.html)

Vangelo di Ossirinco 840 o Frammento di un Vangelo non canonico (datazione: 100-150). Il papiro di Ossirinco 840 è un singolo foglio proveniente da un codice miniato del IV sec., pro- babilmente legato intorno al collo come un amuleto. Il frammento contiene un totale di 45 linee fronte e retro che racchiudono due vicende senza paralleli con la tradizione evangelica conosciuta. Del primo capitolo si è conservato solo il finale. Gesù sta insegnando che, a dispetto dell’importanza di pianificare per tempo (cfr. Luca 12 e 14), i piani del malvagio sono destinati alla dannazione. La vicenda più lunga e più interessante riguarda il rituale di purità, tematica- mente simile a Marco 7 e paralleli. Gesù e suoi discepoli sono ammoniti da un sommo sacerdo- te fariseo a non entrare nella parte più interna del Tempio senza aver fatto un bagno rituale. Gesù replica che anche i peccatori e gli animali si lavano, mentre Lui e i suoi discepoli sono stati battezzati in un’«acqua vivente» di origine celeste. È certamente difficile datare il periodo di composizione, ma alcuni indizi possono fornire una stima plausibile. Il titolo di «Salvatore» attribuito a Gesù non si trova altrove nei vangeli canonici tranne in Giovanni 4,42, sebbene sia usato nella più tarda letteratura, specialmente gnostica; inoltre la natura degli insegnamenti fa capi- re che l’ebraismo era ancora una minaccia. Anche l’indeterminatezza dell’autore riguardo i dettagli del Tempio indica una provenienza piuttosto lontana da Gerusalemme, forse la Siria nella prima metà del II sec.

Vangelo degli Ebrei (datazione: 70-150). Purtroppo, nessuna copia dei cosiddetti vangeli “giudeo-cristiani” è sopravvissuta all’antichità, sebbene i testi, conservati da quei cristiani che man- tennero profonde radici nella fede ebraica, siano spesso citati da autori cristiani nel corso dei primi cinque secoli. Queste brevi citazioni sono le uniche finestre attraverso le quali è possibile studiare le tradizioni delle comunità che se ne servono. Tra i vangeli giudeo-cristiani il Vangelo degli Ebrei è il più citato, anche se si fa riferimento ad almeno altri due testi simili (Ebioniti e Na- zorei); è difficile sapere da quale vangelo provenga ogni frammento. Almeno otto scrittori antichi si sono riferiti e hanno citato il Vangelo degli Ebrei, offrendo ognuno la propria interpretazione e la propria opinione circa l’autenticità. Grazie ad essi sappiamo che la data di composizione non va oltre la seconda metà del II sec., ma probabilmente ben prima. Si è detto che sono stati scrit- ti in ebraico, anche se vi sono parecchi paralleli con la tradizione egizia. Il vangelo non mostra una diretta dipendenza dai vangeli canonici, pur condividendo un verso con il Vangelo di Tom- maso (cap. 2). Tra le tradizioni uniche spicca l’immagine divina di Maria, come il logos giovan- neo, incarnazione di Michele il quale era la personificazione dello Spirito Santo. Inoltre, Gesù appare per primo a suo fratello Giacomo dopo la resurrezione. Poiché Giacomo il Giusto era tradizionalmente considerato il fondatore della chiesa a Gerusalemme, non sorprende che il Vangelo degli Ebrei sottolinei la sua autorità facendo di lui il primo testimone del Cristo risorto. (per approfondire, cfr.  http://www.textexcavation.com/jewishgospels.html).

Vangelo degli ebioniti (datazione: 100-150). Gli unici frammenti superstiti del Vangelo degli e- bioniti sono conservati sottoforma di citazione da parte di Epifanio, un padre della chiesa vissuto nell’ultima parte del IV sec. Sfortunatamente, trattandosi di un testimone piuttosto ostile alle tra- dizioni ivi contenute, le sue affermazioni sono confuse e contraddittorie. Gli ebioniti erano dei giudeo-cristiani di lingua greca che vivevano ad est del Giordano, anche se stranamente Epifa- nio definisce l’opera un vangelo “ebraico” e lo considera una versione modificata di Matteo. Più precisamente, esso sembra essere una armonizzazione di tutti i vangeli sinottici, con alcuni pic- coli cambiamenti che riflettono la teologia dello scrittore. Gli ebioniti sostenevano una cristologia adozionista: Gesù era veramente uomo, ma fu scelto come figlio di Dio al momento del battesi- mo. Tuttavia, Epifanio riferisce anche che essi credevano che Gesù «fosse stato creato come uno degli arcangeli». Il vangelo fa di Gesù e di Giovanni Battista due vegetariani, modificando Luca 22,15 e cambiando la dieta di Giovanni Battista che si sarebbe nutrito non di locuste (greco: akris) ma di focacce (egkris). Sebbene gli ebioniti, per ovvie ragioni, retrodatino i vangeli ca- nonici, il loro vangelo fu scritto prima della seconda metà del II sec. visto che Ireneo vi fa riferimento.

(per approfondire, cfr.  http://www.textexcavation.com/jewishgospels.html).

Vangelo dei Nazorei (100-150). Sembrerebbe che il Vangelo dei Nazorei sia una traduzione perduta del Matteo canonico in aramaico, con alcuni abbellimenti, chiarificazioni e aggiunte trat- te da tradizioni parallele. Tra le differenze più notevoli: nella preghiera di Gesù, l’oscuro termine greco epiousios, di solito tradotto con «[pane] quotidiano» è reso con mahar, che significa «[pane] per domani»; il «figlio di Barachia» di Mt 23,35 è cambiato in «figlio di Baruch»; l’uomo con la mano paralizzata di Mt 12,13 è identificato con uno scalpellino. Anche se in questo vangelo non c’è nulla di particolarmente eterodosso, la sua somiglianza con Matteo lo ha reso superfluo nella tradizione evangelica e il contenuto fu relegato come note a piè di pagina in una edizione di Matteo del 500 ca. Oggi, alcune di queste note, come pure le citazioni di Egesippo (180 ca.), Origene, Eusebio e Girolamo sono tutto ciò che rimane del testo originale. I Nazorei (o Nazareni) furono una piccola comunità nella Siria occidentale, dove molto probabilmente il vangelo fu composto nella prima metà del II sec. È possibile che anche il Matteo canonico sia stato scritto qui.

(per approfondire, cfr.  http://www.textexcavation.com/jewishgospels.html).


2. VANGELI DELL’INFANZIA

Mentre i primi scritti cristiani (per es. le lettere di Paolo) si concentrano sulla morte e resurrezio- ne di Gesù, i vangeli di Matteo e Luca si interessano anche delle circostanze della sua nascita. Con l’andare del tempo, i vangeli dell’infanzia si svilupparono come forma se stante per integrare le tradizioni dei vangeli narrativi.

Vangelo dell’infanzia di Giacomo o Protoevangelo di Giacomo (datazione: 150). La maggior parte del Protoevangelo non è dedicata all’infanzia di Gesù, ma alla vita di Maria, la quale viene rappresentata non solo come una vergine, ma anche come un baluardo della purità rituale lungo tutta la sua vita. Parecchio del dogma su cui si basa la venerazione di Maria può essere rin- tracciato in questo documento. In effetti, la sua popolarità è attestata da numerose traduzioni antiche superstiti, la più antica delle quali risale al III sec., e dal precoce uso liturgico del Vangelo tra alcune chiese orientali. Tra le tradizioni extracanoniche attestate nel Vangelo vi sono l’inserimento della figura di Giuseppe come un vedovo con diversi bambini che è semplicemen- te il custode di Maria, la nascita di Gesù in una grotta e il martirio del padre di Giovanni Battista, Zaccaria, nel corso della strage degli innocenti. L’autore identifica se stesso come Giacomo, presumibilmente il fratello di Gesù, e afferma di aver scritto poco dopo la morte di Erode nel 4 d.C. Tale datazione è tuttavia improbabile visto che l’opera risente di passi redazionali tratti sia da Matteo sia da Luca. Oltre al racconto canonico della nascita, l’opera risente molto della fraseologia dei LXX. Il periodo più probabile di composizione è il II sec., poco prima che riferimenti a quest’opera appaiano i altri scritti cristiani e quando furono registrate alcune “”armonizzazioni” con tradizioni preesistenti.

Vangelo dell’infanzia di Tommaso (datazione: 150). Il Vangelo dell’infanzia di Tommaso è probabilmente il primo dei numerosi tentativi compiuti dai primi cristiani di documentare i primi dodici anni della vita di Gesù, colmando così il vuoto lasciato nel cap. 2 di Luca. La lingua originale del testo è sconosciuta – probabilmente greco o siriaco – ma la narrazione fu abbastanza popolare da sopravvivere in numerose traduzioni, redazioni, storie parallele, inclusi parecchi vangeli dell’infanzia egizi, praticamente fino alla Riforma protestante. Il testo può avere influen- zato anche gli autori del Corano. La descrizione di Gesù contenuta nel Vangelo, per quanto po- tesse forse allarmare le sensibilità più ortodosse, deve essere stata abbastanza famigliare per i Gentili, come il giovane Gesù che mostra tutta la sua precocità, abilità e potenza distruttiva nei confronti delle statuette della mitologia pagana. Nei passi più antichi della vicenda, Gesù mostra una fastidiosa tendenza a uccidere i suoi compagni di gioco quando lo disturbano. Alla fine egli impara a governare le sue abilità divine in modo più costruttivo e realizza la sua vocazione che culmina nel viaggio al tempio di Gerusalemme molto vicino al racconto parallelo

di Luca 2,41-52. Le rivendicazioni dell’autorità apostolica furono probabilmente uno sviluppo secondario all’interno delle chiese siriache, dove circolavano molte delle tradizioni derivanti da Tommaso. Il più antico testo superstite è un testo siriaco del VI sec., ma l’attestazione più precoce del Van- gelo la si trova in una citazione di Ireneo (185 ca.). Le attestazioni più tarde di Ippolito e Origene possono riferirsi al Vangelo dell’infanzia o al Vangelo di Tommaso, ma entrambe furono consi- derate eretiche a causa del loro uso da parte dei cristiani gnostici.

3. ATTI

Gli Atti apocrifi miravano a completare i vangeli e gli Atti canonici con ulteriori dettagli narrativi dell’attività missionaria dei singoli apostoli. I primi cinque Atti in particolare (quelli di Pietro, Pao- lo, Giovanni, Andrea e Tommaso) furono molto popolari nella chiesa delle origini e le tradizioni qui contenute vengono accettate ancora oggi da parecchi cristiani. In ogni caso, a motivo della data relativamente tarda della loro composizione, il valore storico di questi Atti è dubbio.

Atti di Pietro (datazione: 150-200). Gli Atti di Pietro sono generalmente considerati il primo degli Atti apocrifi, anche se gli studiosi sostengono la priorità di quelli di Giovanni e degli Atti di Paolo. La ricerca moderna è concorde nel sostenere che Paolo si serve di Pietro, mentre Pietro e Giovanni hanno un’origine comune. La paternità del testo è attribuita a Leucio, il compagno di


Giovanni accreditato anche come autore degli Atti di Giovanni. I manoscritti superstiti fanno parte di un lungo testo proveniente da Vercelli datato al VI sec. comprendente diversi Atti, e un antico testo greco contenente solo il  martirio, dal quale proviene la tradizione che Pietro sia stato crocifisso a testa in giù. Ci sono anche testi secondari che contengono vicende parallele relative allo scabroso tema di donne che accettano volentieri una paralisi piuttosto che contaminare il proprio corpo con relazioni sessuali. In testo copto compreso nella biblioteca di Nag Hammadi, la donna in questione è la figlia di Pietro. Per ironia della sorte, a dispetto di tale considerazione encratita del sesso e matrimonio, gran parte degli Atti di Pietro è dedicata a denunciare l’inse- gnamento gnostico di Simon Mago che senza dubbio condivide le stesse concezioni. Gli Atti di Pietro furono considerati eretici da Eusebio e dal Decreto Gelasiano. Pietro compie diversi miracoli negli Atti, dal parlare con cani e bambini alla resurrezione sia di persone sia di pesci af- fumicati. Roma è l’ambientazione primaria e il probabile luogo di composizione.

Atti di Giovanni (datazione: 150-200). Un tempo si pensava che gli Atti di Giovanni fossero gli Atti apocrifi più antichi, sebbene molta della loro ideologia gnostica non sia presente in altri Atti (tranne in quelli di Tommaso). Parecchi studiosi considerano i vistosi capitoli gnostici e/o doceti- sti (cc. 94-102 e 109) un’aggiunta posteriore. L’opera è tradizionalmente attribuita a Leucio Carino, un compagno di Giovanni che successivamente fu associato ai Manichei. Il libro racconta dei due viaggi di Giovanni a Efeso, durante i quali egli compie numerose resurrezioni e converte i seguaci della dea Artemide dopo aver distrutto il loro tempio. Il libro include anche l’’«Inno a Cristo», inserito in un’opera musicale moderna da Gustav Holst. Come il vangelo di Giovanni, la cristologia degli Atti mostra alcune influenze ellenistiche. Dal momento che gli Atti di Giovanni furono condannati abbastanza presto, tutti i testi superstiti sono allo stato di frammento. I manoscritti più antichi sono greci, anche se diversi testi latini mostrano sviluppi più tardi e possono aver risentito dei tentativi cattolici di purgarne i passi eterodossi.

Atti di Paolo (datazione: 150-200). Gli Atti di Paolo furono di gran lunga i più popolari atti apocrifi e hanno generato una grande quantità di arte cristiana e di letteratura secondaria, come pu- re il culto nei confronti di Tecla, una giovane ragazza che accompagnò Paolo nei suoi viaggi missionari. Gli Atti furono considerati ortodossi da Ippolito, come pure da altri autori fino alla metà del IV sec., ma alla fine, allorché gruppi eretici come i Manichei cominciarono ad adottarli, furono rifiutati dalla chiesa. Nondimeno, alcuni testi greci tardi delle Lettere di Timoteo contengo- no dei passi alternativi che sembrano derivare dagli Atti. Gli Atti di Paolo furono spesso accop- piati alla Terza Lettera di Paolo ai Corinzi, che le chiese siriaca e armena consideravano auten- ticamente paoline. In origine opera separata, la Lettera fu probabilmente scritta al tempo delle lettere pastorali e unita più tardi agli Atti, solo dopo che fu esclusa dalla maggior parte delle raccolte paoline. La Lettera fu scritta anzitutto per combattere la dottrina gnostica e marcionita che utilizzava altre opere paoline con un intento antisemita. Questa Lettera è sopravvissuta in ma- noscritti ancora esistenti e contiene le storie di Tecla e il racconto della decapitazione di Paolo a Roma; il resto degli Atti esiste solo in testi greci frammentari a partire dal III sec. e nel testo copto dal V sec. L’autore, sconosciuto, non sembra mostrare alcuna dipendenza dagli Atti canonici, anzi utilizza altre tradizioni orali relative alla predicazione di Paolo e alla sua attività missionaria Scrive probabilmente in Asia Minore verso la fine del II sec.

Atti di Andrea (datazione: 200-225). Gli Atti di Andrea continuano la tradizione encratita iniziata dagli Atti di Pietro e di Giovanni, e possono essere dello stesso autore, sebbene gli studiosi ten- dano a datare Andrea un po’ più tardi. Questi Atti tuttavia non sono così chiaramente gnostici come, per esempio, gli Atti di Giovanni; l’importanza del martirio è sottolineata dall’inizio alla fine, cosa che non è in linea con il pensiero gnostico. Il proconsole greco Egeate condanna An- drea alla crocifissione dopo che sua moglie, a seguito della sua conversione al cristianesimo, ha rifiutato le sue profferte sessuali. Andrea sopravvive sulla croce per quattro giorni, continuando a rifiutare i tentativi dei suoi seguaci di salvarlo. I testi superstiti oscillano tra un frammento copto del IV sec. e testi greci e latini a partire dal XII ed è quindi difficile stabilire il testo originale degli Atti. Alcuni testi secondari sostengono che Andrea ha evangelizzato la Scozia invece che la Grecia.


Atti di Tommaso (datazione: 200-225). A parte la sezione degli Atti di Giovanni conosciuta come la «Predicazione del vangelo», gli Atti di Tommaso sono tra gli Atti apocrifi i più apertamente gnostici, visto che rappresentano Cristo come il “Redentore celeste” che può liberare le anime dall’oscurità del mondo fisico. Sorprendetemente, Tommaso è il solo tra i cinque Atti primitivi ad essere sopravvissuto nella sua interezza, in un testo siriaco del VII sec. e in un testo greco dell’XI, come pure in diversi frammenti. Sebbene i testi siriaci siano più antichi e rappresentino la lingua originaria dell’opera, essi appaiono purgati dai passi eterodossi. Così il greco, per quanto spesso tradotto alla buona, rappresenta la tradizione più antica. Tommaso è anche il so- lo libro degli Atti che rivendica l’autorità apostolica, anche se è difficile capire come Tommaso possa aver parlato del proprio martirio. Molti ritengono che l’autore abbia scritto all’inizio del III sec., anche se alcuni legami con il Vangelo di Tommaso possono collocarlo più tardi. Il libro racconta di come gli apostoli abbiamo tirato a sorte per dividere il mondo per il loro lavoro missionario e l’India è toccata a Tommaso. Si guadagnò dei seguaci indiani, praticando esorcismi e resurrezioni, ma alla fine venne condannato a morte dopo aver convertito le moglie del re Mi- sdeo e di Carisio, suo parente. Mentre si trovava in prigione, Tommaso cantò l’«Inno della per- la», un poema che ebbe grande popolarità presso i circoli ortodossi.

4. VANGELI DI DETTI

Il modello dei Vangeli di detti deriva dalla letteratura sapienziale ebraica e mira a conservare non una biografica “storica” di Gesù, ma piuttosto a una collezione di suoi insegnamenti sotto forma di detti isolati o dialoghi fittizi. Anche se nessun Vangelo di detti è stato canonizzato nel Nuovo Testamento, diversi studiosi ritengono che un vangelo di questo genere (“Q”) sia stato u- tilizzato come fonte da Matteo e Luca.

Vangelo di Tommaso (datazione: 70-150). Il Vangelo di Tommaso può essere considerata la più istruttiva scoperta sulle origini cristiane della storia moderna. Il Vangelo venne spesso menzionato nella letteratura cristiana antica, ma si riteneva che non ne esistesse alcuna copia fino alla scoperta di una manoscritto superstite in copto a Nah Hammadi, Egitto, nel 1945. Da allora, parte dei papiri di Ossirinco sono stati identificati come il più antico frammento greco di Tommaso. Tommaso è un autentico Vangelo di detti, nel senso che, come l’ipotetico Vangelo Q, consi- ste soltanto in una raccolta di detti di Gesù senza cornice narrativa. Sebbene Tommaso non sia Q, la sua scoperta è la prova della teoria secondo la quale nei primi anni del cristianesimo esi- stevano diverse raccolte. Anche se il manoscritto copto lo fa risalire al IV secolo circa, c’è un grande dibattito circa la data originaria di composizione. La maggior parte degli studiosi lo considera del II sec., mentre alcuni propendono per una data non posteriore alla metà del I sec. Il dibattito ruota intorno al fatto se Tommaso dipenda dai vangeli canonici oppure se derivi da una antica tradizione indipendente. Diversi passi di Tommaso sembrano essere versioni più autentiche delle parabole dei sinottici, anche se è difficile dare conto di molti passi paralleli rispetto al materiale “specifico” di Matteo e Luca, a meno che Tommaso non abbia usato la stessa fonte usata da ognuno di loro. La scoperta di Tommaso come parte di una libreria gnostica ha spinto molti a ritenerlo un’opera gnostica; tuttavia, pochissimo di essa avrebbe potuto essere conside- rato eterodosso da parte della chiesa primitiva e quel poco materiale dubbio che può essere trovato è probabilmente un’aggiunta posteriore. Tommaso rappresenta una filosofia della Sapienza ebraica che fu abbracciata dagli gnostici secondo la quale il regno di Dio non è qualcosa che si deve attendere, ma è già presente qui, se solo si diventasse abbastanza spirituali da ve- derlo. Il Vangelo fu molto probabilmente scritto in Siria, dove la tradizione ritiene che la chiesa di Emesa fosse stata fondata da Tommaso il Gemello (Didymos). Il Vangelo può benissimo essere la più antica tradizione scritta della chiesa siriaca.

Libro segreto di Giacomo o Lettera segreta di Giacomo o Epistula Iacobi Apocrypha (da- tazione: 100-150). Il Libro segreto di Giacomo è probabilmente il più antico esempio di una duratura tradizione gnostica secondo la quale il Gesù risorto ha rivelato un insegnamento segreto ai suoi discepoli. Il testo è strutturato sottoforma di una lettera scritta da Giacomo, il fratello di Gesù, a un destinatario il cui nome non può essere precisato a causa dello stato frammentario della prima pagina del codice in papiro conosciuto come il Codice Jung proveniente dalla biblioteca di Nag Hammadi. Il manoscritto è una traduzione copta da un originale greco, anche se l’autore sostiene di aver scritto in ebraico. Gesù parla dell’importanza di essere “pieno” di Spiri- to, grazie al quale si giunge alla conoscenza (gnosis) del regno di Dio necessaria per ottenere la salvezza. Dopo la rivelazione a Giacomo e a Pietro, Giacomo invia gli apostoli verso la loro destinazione missionaria, poi si mette in viaggio verso Gerusalemme. A Pietro viene attribuito un ruolo secondario nel dialogo, cosa che probabilmente rappresenta lo sviluppo del conflitto con la chiesa ortodossa. Il Giacomo segreto mostra una famigliarità con le parabole conosciute di Gesù, inclusa una lista delle undici che compaiono in Matteo e/o Luca. Il testo non mostra nessuna conoscenza dei dettagli dei racconti di passione, sostenendo addirittura che Gesù è stato sepolto «nella sabbia» dopo la sua crocifissione. E così, il corpo del Giacomo segreto risale probabilmente alla inizio del II sec. quando, come il Vangelo di Giovanni, le prime tradizioni di Detti si svilupparono in discorsi e dialoghi. La cornice narrativa, costituita dai primi due e dagli ultimi  due  capitoli,  è  molto  probabilmente uno  sviluppo  secondario pensato  per  utilizzare l’autorità apostolica; l’uso del termine «Salvatore» in questi capitoli spinge a datarli posterior- mente al corpo dell’opera.

Dialogo del Salvatore (datazione: 150). L’unica copia superstite del Dialogo del Salvatore fu scoperta nella biblioteca copta di Nag Hammadi. A dispetto del suo pessimo stato di conserva- zione, essa rappresenta un importante stadio di sviluppo dei Vangeli di detti. Il Dialogo è una espansione di raccolte di detti come il Vangelo di Tommaso o Q; gli insegnamenti di Gesù ven- gono esposti come risposta alle domande poste dai suoi discepoli. Sebbene i detti abbiano pa- ralleli in tutti i vangeli sinottici, come pure in Tommaso, è improbabile che il Dialogo dipenda da uno di essi; la fonte dei detti può essere stata composta non dopo la metà del I sec. Oltre ai det- ti, l’autore sembra aver utilizzato almeno tre altre fonti: un mito di creazione, un catalogo di sapienza cosmologica e una rivelazione apocalittica. La loro combinazione, come pure una pre- ghiera gnostica introduttiva, forma una lezione escatologica completa. Il termine «Salvatore» è probabilmente un’aggiunta tarda introdotta dal redattore finale. Nel Dialogo gli insegnamenti e- rano presumibilmente indirizzati agli iniziati cristiani che si preparavano al Battesimo. Come molti insegnamenti gnostici, il testo fu mantenuto segreto e non fui mai accettato dalla ortodossia ecclesiastica.

Epistula apostolorum Lettera degli apostoli (datazione: 150). A dispetto del titolo, la Lette- ra degli apostoli è un vangelo di detti più che una lettera. Fu scritta probabilmente come una re- azione ortodossa contro i vangeli gnostici che contengono gli insegnamenti segreti del Gesù ri- sorto. La prefazione, che ne attribuisce la paternità a tutti gli apostoli, cerca di conferire all’opera una certa autorevolezza rispetto a tutti gli altri scritti pseudonimi. Il testo comincia e finisce con dettagli ripresi dai vangeli canonici, ma il corpo centrale contiene delle istruzioni di Gesù riguar- do alla resurrezione e all’apocalisse, precisando che la Parusia si sarebbe verificata entro 150 anni. Le parole di Gesù sono rafforzate da molti riferimenti alla Scrittura e servono ad accredita- re il documento come una legittima estensione della tradizione evangelica per la prima comuni- tà cattolica. Il testo più antico è un manoscritto copto del IV-V sec. tradotto da un originale gre- co, ma la sola copia completa è un documento etiopico molto tardo. Analogie con credenze della metà del II sec. collocano l’autore in questo periodo, forse in Egitto.

5. LETTERE

Lettere di Cristo e Abgaro. Secondo la tradizione, la chiesa siriaca è stata fondata dopo che il re Abgaro scrisse una lettera a Gesù, il quale rispose che gli sarebbe stato mandato un aposto- lo dopo la sua ascensione. La tradizione successiva sostiene che questo apostolo sia Tommaso o che Tommaso abbia inviato Taddeo nella capitale della Siria. Copie della lettera furono otte- nute dalla chiesa di Edessa da Eusebio e tradotte in greco per la sua Storia ecclesiastica intorno al 325. Egli espresse qualche dubbio sul fatto che le lettere fossero autentiche, mentre gli studiosi contemporanei ovviamente le respingono. Ciononostante, alcune chiese orientali e le chiese anglicane tengono queste lettere in grande riguardo.


6. APOCALISSI

Apocalisse di Pietro (Akhmîm) (datazione: 100-125). L’Apocalisse di Petro costituisce il primo riferimento cristiano alla vita nell’aldilà e descrive con vividi dettagli la gioia del Paradiso e i tormenti dell’Inferno. Per via della sua antichità, l’opera fu attribuita a Clemente e forse è stata usata dall’autore della Apocalisse di Paolo; potrebbe anche precedere l’Apocalisse canonica di Giovanni. Il libro venne incluso nel Canone Muratoriano (200 ca.) e nel Codex Claramontanus. È difficile capire per quale motivo abbia perso il favore della chiesa ortodossa, tranne forse per il fatto che fu spesso associata al Vangelo di Pietro considerato eretico. L’opera si trova in un testo etiopico e in un testo greco frammentario rinvenuto a Akhmîm insieme al Vangelo di Pietro.

Le due versioni presentano delle sorprendenti divergenze e sembra che, sebbene l’opera fosse stata scritta originariamente in greco, il testo di Akhmîm rappresenti uno sviluppo posteriore. L’opera pesca a piene mani dalla tradizione apocalittica ebraica (1 Libro di Enoch), mentre il racconto della trasfigurazione è simile alla descrizione della Seconda lettera di Pietro.

Apocalisse di Paolo Visio Pauli (datazione: 250). La tradizione dice che l’Apocalisse di Pao- lo sia stata rinvenuta nelle fondamenta della casa di Paolo a Tarso, sigillata in una cassa di marmo contenente le sue scarpe, nel 388. Più verosimilmente, un editore dell’opera ha architet- tato  questo racconto nel  tentativo di  conferire rinnovato interesse alle  tradizioni della vita dell’aldilà iniziate due secoli prima con l’Apocalisse di Pietro. In ogni caso, la cosa funzionò, vi- sto che l’Apocalisse di Paolo fu molto popolare nell’Europa occidentale e può essere stata una delle fonti dell’Inferno dantesco. L’opera fu probabilmente scritta in greco in Egitto verso la metà del III sec. Il manoscritto più antico esistente è un testo latino dell’VIII sec. Diversi testi dello stesso  periodo sono  delle  versioni condensate precedute da  prediche relative ai  tormenti dell’inferno. La chiesa ortodossa escluse l’opera dal canone probabilmente a causa dei proble- mi relativi alla paternità. La rivelazione è preceduta dalla visione di Paolo del Paradiso ripresa da 2Cor. 12. L’autore riferisce i segreti di cui Paolo non vorrebbe parlare. Un angelo conduce Paolo attraverso il cielo, descritto come «il Paradiso in cui Adamo e sua moglie peccarono», dove incontra la vergine Maria e i patriarchi. Più avanti, dopo aver visto gli orrori dell’inferno, Paolo convince Gesù a concedere ai dannati una sospensione delle loro torture nel giorno di sabato (Shabbat).

Apocalisse di Tommaso (datazione: 300-400). Si conosce poco della storia dell’Apocalisse di Tommaso; il solo riferimento ad essa negli scritti antichi sembra una singola citazione di Giro- lamo. Esistono due versioni in latino, la più lunga delle quali è uno sviluppo dell’altra. Alcune al- lusioni storiche nella versione lunga suggeriscono come data il V sec.; il testo parla di un re,«amante della legge», con due figli i cui nomi cominciano con la A e la H (Teodosio ci sta giusto bene). Il riferimento all’alfabeto latino potrebbe indicare che questa fosse la lingua di composi- zione. Il testo più lungo fa largo uso di profezie metaforiche simili all’Apocalisse canonica di Giovanni. Entrambi i testi sostengono che la distruzione della terra e la risurrezione dei morti avverrà all’ultimo dei sette giorni. Alcune immagini presenti nell’opera possono essere considerate gnostiche, ma non al punto da essere considerata eterodossa.

Apocalisse di Bartolomeo Vangelo di Bartolomeo (datazione: 300-500). Gli scritti di Giro- lamo come anche il Decreto Gelasiano parlano di una Vangelo di Bartolomeo, anche se non si sa se stanno parlando di quest’opera; esiste anche un frammentario «Libro della risurrezione dell’apostolo Bartolomeo», che sembra più vicino ad un vangelo narrativo, ma contiene anche visioni apocalittiche. Il testo comincia come un Vangelo di detti, ma poi si occupa di rivelazioni e insegnamenti escatologici, inclusa una discesa agli inferi. La maggior parte delle tradizioni su Bartolomeo sono originarie dell’Egitto, anche se il testo attuale riflette probabilmente degli sviluppi più tardi. La vistosa venerazione di Maria è forse un prodotto del III e IV sec.; alcuni stu- diosi collocano l’intera opera al VI sec.

Bibliografia in italiano

Raccolte di testi

Craveri M, I vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1969 (raccolta parziale).


Erbetta M., Gli apocrifi del Nuovo Testamento, 3 voll., Marietti, Torino 1966-1981.

Moraldi L., Tutti gli Apocrifi del Nuovo Testamento, 3 voll., Piemme, Casale Monferrato (Al)

1999 (riedizione della raccolta pubblicata dalla UTET, Torino 1971, 1994).

Introduzioni

Ehrman B.D., I Cristianesimi perduti. Apocrifi, sette ed eretici nella battaglia per le scritture, Ca- rocci, Roma 2003.

Kaestli J.D. – Marguerat D. (a cura), Il mistero degli apocrifi, Massimo, Milano 1996. Lenzuni A. (a cura), Apocrifi del Nuovo Testamento, EDB, Bologna 2004.

Association pour l'étude de la littérature apocryphe chrétienne (AELAC) –

http://www2.unil.ch/aelac/

http://www.interfaith.org/christianity/apocrypha/